Recensione di Elena Rossi.

Borgo Sud, di DONATELLA DI PIETRANTONIO.

Einaudi, 2020.

Questo breve romanzo è un vero “regalo” per chi, come me, aveva amato L’Arminuta
e aveva scoperto il talento narrativo e la sensibilità verso i bambini, i deboli e gli
ultimi di Donatella Di Pietrantonio.
I destini di Adriana e di sua sorella, ormai adulte, si sono più volte intrecciati, sciolti
e ritrovati. Hanno avuto vite molto diverse, una ha studiato, ha una bella professione
all’estero, un matrimonio infelice; l’altra ha vissuto e vive una sola grande passione,
a tratti devastante, da cui è nato un bel bambino. Una sera, all’improvviso e dopo
molto tempo, Adriana bussa alla porta di sua sorella col piccolo in braccio e le
cambierà l’esistenza.
Intorno al racconto delle loro storie ruota quello di tutta la loro famiglia, dei ruvidi
genitori divenuti anziani, le vicissitudini di persone fiere seppur modestissime, figlie
di una terra d’Abruzzo dura e arcaica come da sempre ci è stata proposta dai grandi
scrittori del Novecento. Anche la comunità degli abitanti del piccolo borgo di
pescatori che dà il titolo al libro sembra uscita da un romanzo neorealista.
Il tutto è narrato con uno stile asciutto, talvolta duro, reso ancora più suggestivo da un
sapiente uso della lingua italiana e del dialetto, che qui esprime tutta la sua potenza.

L’AUTRICE
Donatella Di Pietrantonio Medico, vive a Penne in Abruzzo dove esercita la professione di dentista pediatrico.
È autrice di numerosi romanzi tra cui l’Arminuta (Einaudi 2017, tradotto in molti
Paesi e con cui ha vinto il Premio Campiello), Mia madre è un fiume (Elliot 2011),
Bella mia (Elliot 2014).

 

 

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